Nascita malformata e omessa diagnosi – il danno da wrongful life

20 Marzo 2013
Con la recente sentenza n. 16754 del 2.10.2012, la Suprema Corte è intervenuta in modo significativo sul tema della responsabilità medica per omessa diagnosi di malformazioni fetali e sulla conseguente nascita indesiderata, esaminando in modo dettagliato gli aspetti più critici della questione ed introducendo alcune importanti novità in materia.

Con una decisione di 76 pagine la III Sezione Civile della Corte di Cassazione ha ripercorso l’evoluzione della giurisprudenza sull’omessa diagnosi prenatale, volgendo anche lo sguardo ad alcune importanti pronunce straniere, tra cui, il celeberrimo Arrêt Perruche. Con tale decisione, i supremi giudici francesi hanno riconosciuto la legittimazione attiva, per il risarcimento dei danni conseguenti all’omessa rilevazione della patologia prenatale, anche al figlio nato malformato. La sentenza ha avuto un grande impatto mediatico oltralpe, suscitando un acceso dibattito politico che ha portato all’approvazione della c.d. “Loi anti-arrêt Perruche”, con cui il legislatore francese ha negato, in modo retroattivo, la risarcibilità del “préjudice d'être né”. La normativa francese è stata però censurata dalla CEDU che ha condannato l’applicazione retroattiva della legge “anti-arrêt Perruche”.

Tornando a noi, la Suprema Corte, con la pronuncia in commento, ha condiviso parte delle valutazioni dei giudici francesi, riconoscendo – e ciò ha costituito un’importante novità per il nostro ordinamento – la legittimazione attiva del nato malformato, per i danni cagionatigli dall’omessa diagnosi della patologia prenatale. Il pregiudizio di cui il bimbo può chiedere ristoro consiste nella sofferenza causata dal dover vivere un’esistenza difficile a causa delle malformazioni non rilevate e che, se diagnosticate, avrebbero potuto convincere i genitori ad abortire.

Inoltre, la Corte di Cassazione ha ritenuto che vadano risarciti anche – oltre ovviamente al padre ed alla madre – i fratelli e le sorelle del neonato, poiché la nascita dell’individuo malformato si riverbera necessariamente nei loro confronti, in termini di minor disponibilità dei genitori, di perdita di serenità all’interno della famiglia, oltre ad avere indubbie conseguenze sull’economia familiare.

Per quanto riguarda il bene giuridico leso, il Supremo Collegio ha tenuto a ribadire che non esistono, nel nostro ordinamento, un diritto alla “non nascita”, né d’altro canto, un diritto “a non nascere se non sani”. Ciò che rileva, invece, è il diritto alla “autodeterminazione della donna nella prospettiva dell’insorgere, sul piano della causalità ipotetica, di una malattia fisica o psichica”, che viene leso dalla mancata informazione sulle effettive condizioni del feto.

Per quanto attiene al bimbo nato malformato, invece, la domanda risarcitoria trova fondamento nella lesione degli articoli 2, 3, 29, 30 e 32 della Costituzione, atteso che “il vulnus lamentato dal medesimo non è la malformazione in sé, ma lo stato funzionale di infermità, la condizione evolutiva della vita handicappata; l’interesse giuridicamente protetto è quello di consentire al minore di alleviare, sul piano risarcitorio, la propria condizione di vita destinata a una non del tutto libera estrinsecazione secondo gli auspici del Costituente”. Riguardo alla fonte della responsabilità del sanitario (in solido, con la struttura ospedaliera), deve ritenersi pacifica la natura contrattuale della stessa, essendo quindi onere del danneggiato provare “soltanto” il danno subito e non già la colpa del medico ed il nesso tra questa ed il danno ingiusto. Tuttavia, l’onere probatorio gravante sull’attore non è semplice come potrebbe apparire.

La prova del quantum, in particolare, si può rivelare più complessa del previsto. In proposito, un’indicazione di massima può ricavarsi in Cass. Civ., Sez. III, 10 maggio 2002 n. 6735, con cui il giudice di legittimità ha respinto il ricorso del ginecologo e dell’ospedale avverso la decisione della Corte d’Appello di Perugia che condannava questi ultimi al risarcimento del danno per l’omessa diagnosi della sindrome di Apert, quantificandolo in L. 700.000.000, oltre interessi legali.

In conclusione, è bene precisarsi, per chiarezza, che la Cassazione non richiede alla madre di documentare che, se correttamente informata circa le patologie fetali, ella avrebbe sicuramente abortito. Viene riconosciuta infatti una presunzione, iuris tantum, la cui intensità deve valutarsi nel caso concreto “anche in relazione alla gravità della malformazione non diagnosticata”, che fa desumere la volontà interruttiva della gravidanza, anche in assenza di un’espressa manifestazione preventiva di volontà, in tal senso.

Avv. Jacopo Formento


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